21 febbraio 2012
IL SIMBOLO DELLA ZNKR

Il simbolo della ZNKR deriva da una delle
più importanti ed antiche opere cinesi che si intitola *???? (SHI SHO GO KYO =
quattro libri e cinque classici )
*
http://it.wikipedia.org/wiki/Quattro_Libri
* http://it.wikipedia.org/wiki/Cinque_Classici
Quest’opera è composta dagli scritti degli allievi
di vari filosofi cinesi nella forma di dialogo tra un allievo ed il maestro. L’opera spiega come essere ?? (KUNSHI = la persona che sta sopra agli altri)
ed avere capacità di comandare. Nel terzo libro dei “Quattro Libri”,
viene spiegata la base di tre concetti ? CI ?
JIN e ?YUU. La strada della spada è basata su questi tre concetti che sono diventati
i tre colori del simbolo della ZNKR.
? CI =
conoscenza/saggezza = rosso
*http://it.wikipedia.org/wiki/Prajña_(Buddhismo)
? JIN = gentilezza = blu
*http://en.wikipedia.org/wiki/Ren_(Confucianism)
“Un allievo ha chiesto cosa sarebbe JIN.
Il maestro Confucio ha risposto: se il KUNSHI fa cinque cose ottiene il
JIN.
Le cinque cose sono ? KYOU??
KAN?? SHIN?? BIN??
KEI.
? KYOU: Sii umile, così ti rispetteranno.
? KAN: Sii generoso, così ti seguiranno.
? SHIN: Sii fiducioso, cosi si fideranno di te.
? BIN: Sii agile, così ti daranno il merito.
? KEI: Sii clemente, così saprai usare bene la
gente.”
? YUU =
coraggio/anima = bianco
“Un allievo ha chiesto se è importante il
coraggio.
Il maestro Confucio ha risposto che il KUNSHI deve avere ?(GHI
= giustizia).
Il KUNSHI coraggioso ma senza giustizia fa la guerra.
Le persone coraggiose ma senza giustizia fanno i furti.
Ogni cosa per cui è necessario il coraggio deve rispettare il senso della
giustizia.”
Ringrazio Sayaka per aver condiviso con noi il dono del Maestro Yamazaky
| inviato da
sakura il 21/2/2012 alle 8:58 | |
14 febbraio 2012
MEGLIO TARDI CHE MAI

Mi è arrivato questo resoconto da Roberto e Margherita....diciamo che ha rispecchiato un pò i tempi di margherita ad uscire dagli spogliatoi:-)))) ma comunque lo pubblichiamo volentieri, per chi avesse voglia di provare nuove emozioni, che seguendo solo gli stage ufficiali sono difficili da provare.
Si è da poco concluso, a Torino , il 7 Seminario di Muso Shinden Ryu condotto dal M.Renè
Van Amersfort 7 Dan
Iaido e 7 Dan Jodo, che ancora vibrano tutti i muscoli tanto che è cosa
ardua non buttarsi addosso
il caffè dopopasto.
I Fortunati che hanno
subìto questa folgorazione si trovavano ospiti il 19 e 20 Marzo al Dinamic Dojo
La Loggia, chi aveva
già apprezzato il Maestro in altre occasioni si preparava mentalmente al
"peggio",
escogitando varie
strategie per poter , alla fine della
seduta di pratica , guadagnare le docce con le
proprie gambe.
L a Strategia del Maestro Renè è chiara : Budo
Budo autentico dal cuore.
Lo Iaido è sincerità di spirito nella pratica, raggiungere
quasi il limite(fisico) per distruggere
non il nemico immaginario ( Kasso Teki
), ma bensì il nostro proprio ego ( vedi fanatismo-orgoglio-): stancarlo per poter pensare, anzi no ,
eseguire il kata senza le ruggini
interne.
Per far ciò viene
offerta la prima serie Omote , dieci e passa minuti per ogni kata, forse
sono più i passa.
La M.Danielle Borra 6 Dan Iaido si occupa di un nutrito
gruppo di "principianti"( nel Muso Shinden), ma il ritmo è lo stesso,
alla fine dello stage se lo ricorderanno
per tanto tempo.
Si continua con alcuni kata della seconda serie nella
devastante posizione tate-iza, anche qui
il Maestro non si risparmia: spiega ,esegue il kata più e più volte, lo ritma,
rimarca l'importanza dei primi 4 kata Omote(prima serie) e dei primi della
seconda: sono le fondamenta .
Quando vede boccheggiare i praticanti ne approfitta per tornare su alcuni aspetti dell' insegnamento.
Il secondo giorno incomincia nel migliore dei modi: il Maestro Renè chiede il silenzio e ci fa
eseguire3 volte i kata della prima serie (lui ovviamente anche ),chi si
aspettava degli sconti viene deluso.
Fa seguito a questo aperitivo lo studio dei rimaneti kata della seconda
serie ( i praticanti a questo punto si stupiscono della loro resistenza) e alcuni della terza: i gradi avanzati eseguono tutti i kata della terza serie
insieme al Maestro che non si
risparmia, che non si è risparmiato in questi due giorni di studio intenso.
Questi sono i seminari che fanno crescere, che mettono a
nudo il praticante, ma non per mortificarlo o per farlo desistere, ma per farlo
rivestire di una nuova energia (finita la vecchia ) spostando il
"limite" un pò più in la per ognuno non solo per pochi eletti.
E' ben più di una traccia: è un cratere quello lasciato dal
M.Renè Van Amersfoort che unisce tutti
i praricanti chi più avanti chi più
indietro ma tutti nella stessa
direzione.
| inviato da
sakura il 14/2/2012 alle 14:27 | |
1 febbraio 2012
allenamento per superare la soglia
Allenamento in preparazione agli esami da yondan in su.

Anche quest’anno abbiamo organizzato l’allenamento per il
nostro dojo in vista dei prossimi esami, i gradi crescono e ne sentiamo sempre
di più il bisogno. Questo tipo di allenamento con il Maestro/Amico Rene Van
Amersfoort diventa ogni anno più interessane.
Credo che la sua esperienza e le sue conoscenze siano sempre
in crescita, questo grazie al suo impegno quotidiano nell’insegnare, ma anche nel suo
grande impegno ad imparare, con continui viaggi in Giappone per apprendere le
cose da trasmettere direttamente dal Maestro Ishido, ma non solo, perché il partecipare
a diversi stage in Giappone lo ha portato oramai ad essere molto conosciuto e
quindi in queste occasioni, molti maestri lo aiutano nel suo progredire nella
pratica.
Ovviamente tutto questo va a nostro beneficio, mio e di
quelli che vogliono starlo a sentire.

Iniziamo la mattinata di sabato con un sacco di esercizi e
la piccola sala della Magenta ci accoglie ancora una volta La scelta di farlo a
numero chiuso è più che corretta, 10/12 persone è il numero perfetto per questa
sala e per questo tipo di allenamento,

la mattinata vola e quando guardo
l’orologio mi accorgo che è mezzogiorno e non abbiamo fatto ancora un kata. In
compenso ci sono già una miriade di cose su cui riflettere. Per me al momento
la cosa più difficile è rimanere sciolto durante il taglio, ma ci sono un sacco
di altre cose a cui pensare: mantenere silenzioso il corpo ( non fare nessun
movimento col corpo durante il taglio); i passi sono sempre troppo lunghi;
molti di noi tagliano troppo lontano ecc ecc .
Ovviamente tutte cose che hanno un aspetto diverso tra un principiante
ed un 4/5 dan.
Verso la mezza iniziamo con mae, ed iniziano altre
difficoltà, Renè ci spiega alcune cose che differenziano un Mae da principiante
rispetto ad un avanzato: non estendere troppo il braccio destro; alzarsi nel
momento in cui si taglia; caricare muovendo una frazione di secondo dopo la
punta rispetto al ginocchio sinistro ma arrivare sopra la testa assieme; il
corpo che entra sotto la spada; posizione corretta e poi tagliare sharp; in silenzio con il corpo, rilassati ma sharp; chiburi senza spigoli e sempre
rilassati; noto con la mano sinistra rilassata e che arriva assieme alla
destra; mantenere kigurai ; far comparire kasotechi ; lento dove deve essere
lento e veloce dove bisogna; soft smooth
and sharp….. Facile vero? e siamo solo a Mae.
Ovviamente sono cose che non vengono richieste ad un 3° o 4°
dan ma per un esame da 5° oppure da 6° per non parlare del 7° dan tutto questo
è richiesto e molto altro.
La pausa pranzo ci vede un po’ disperati per il numero di
cose su cui dobbiamo studiare dopo solo tre ore di allenamento, e tre kata visti. In ukenagashi poi ci da 2
secondi per alzarsi, due secondi per la parata e due secondi per il taglio, già
non riesco a farlo in sei secondi, e lui mi dice che per sesto dan si dovrebbe
fare tutto in tre secondi, meglio in due ma tre va anche bene….. sempre più
tristi!!! almeno questo è il mio stato d’animo, meno male che arriva keiko a
risollevarmi il morale, la sua leccata felice ha un effetto fantastico sul mio
umore, è un antidepressivo naturale da paura.
Si ricomincia dopo
aver accompagnato Keiko dalla sua amica nocciola per andare al parco a giocare,
giustamente anche lei vuole la sua parte.
Si ricomincia con tsukate e si ricomincia con le cose che
non vanno, le braccia troppo stese la rotazione ed il caricamento dopo lo
tsuki, e via così. Il pomeriggio trascorre tra un katà e l’altro e le mie
convinzioni si stanno sbriciolando una dietro l’altra, che bella sensazione… ma
l’atmosfera che si respira è bellissima, tutti siamo mooolto interessati e
tutti cerchiamo di fare le cose che Renè chiede e corregge instancabilmente ad
ognuno di noi. Le 5 ci vedono stanchi,
ma con un bagaglio di informazioni veramente grande, in particolare trovo
ancora una volta interessantissima la nuova visione di sampoghiri e mi rendo
conto che nessuno di noi taglierebbe il primo avversario, almeno non come è
descritto nel testo della Zen ken Ren, bisogna tagliare da sopra la testa e non
lateralmente, e l’avversario è leggermente indietro rispetto alla nostra
spalla, se si avanza in maniera corretta con il piede destro, dopo aver ruotato
il piede sinistro.

Una bella nevicata ci accompagna a casa e rende l’atmosfera
ancora più magica, la cena all’interno della stazione del trenino per Superga,
con fuori un candido manto di neve bianca ha un fascino particolare, e la
compagnia è molto allegra e spensierata.
Durante i momenti di calma che ho trascorso con Renè abbiamo
parlato di molte cose come sempre, dallo iaido, al jodo al political correct. Anche con il mio inglese maccheronico, riesco a
discorrere con Renè per delle ore, devo dire che lui è molto bravo anche in
questo, Dio solo sa quante castronerie riesco a dire.

Domenica mattina dopo aver spalato per ben due volte il
cortile di casa dalla neve ci avviamo alla palestra, Cenet Bauer si aggiunge
all’allenamento e si ricomincia. Non mi
dilungo troppo sul contenuto, oramai avrete capito che sono state altre sei ore
di particolari, sensazioni, piccole cose che come dice Rene “fare differenza” ed in effetti fanno la
differenza, Rene trova anche il tempo di lavorare con Nino sul Jodo durante la
breve pausa e con me su tachi no kurai, visto che Danielle era impegnata, con
l’organizzazione degli arrivi, io non potrei nemmeno studiarli secondo i
dettami del Maestro Ishido, ma Rene ha detto che Danielle con qualcuno deve
studiarli e per questo mi è permesso farle da aiutante nello studio.
Ovviamente durante la giornata siamo passati attraverso
alcuni kata di muso scinde ryu, ma questo allenamento non si è basato sullo
studio del katà in particolare, ma delle cose che dobbiamo riuscire a mettere
all’interno di un katà. Ci sono stati tanti riferimenti alla quantità di tempo che
si dedica alla pratica, alla qualità del lavoro che si mette nella propria
pratica, all’impegno che si mette nella propria pratica.
C’è stata una cosa detta da Rene che mi ha fatto riflettere,
ed è che per prendere il 5° dan rispettando tutti i tempi ci vogliono 11 anni
ma che da 5° a 7° ce ne vogliono altrettanti…una ragione forse ci sarà, se noi
sprechiamo anni preziosi della nostra pratica senza pensare che per questi
traguardi si deve cambiare e molto, non credo sia possibile prendere il grado,
poi è sempre possibile essere smentiti ma….. a buon intenditore.
Ieri sera nelle ultime chiacchierate, ho confidato a Rene
che non sono sicuro di riuscire a fare tutti i cambiamenti che lui mi indica
per il mio esame da 6° dan che oramai è alle porte, la sua risposta è stata
continua a praticare con impegno, una pratica di qualità, una pratica proficua,
e poi all’esame vedremo come è andata, la cosa importante è arrivarci il più
preparati possibile..intanto io sto iniziando a pensare alla logistica, perché
all’esame sono esattamente 3 anni e mezzo che ci sto lavorando dal giugno del
2008!
Gambatte
13 dicembre 2011
Rei Ho
IL REI-HO COME EDUCAZIONE CORPO-MENTE-SPIRITO
Con il termine BUSHIDO si intende l'ethos formatosi tra i samurai, che consiste nell'unione di spirito marziale e abilità nell'uso delle armi da un lato, e atteggiamento di lealtà, onore e cortesia dall'altro.
L'ideogramma di “guerriero”(senshi) si compone dai kanji “battaglia” e “gentiluomo”, quindi esattamente l'unione dello spirito bellico con l'etichetta.
E' nota l'affermazione del grande scrittore Mishima, secondo cui va attribuita maggiore importanza all'etichetta e alla cortesia rispetto al combattimento, poiché essa rappresenta il codice morale che regola la vita sociale e mantiene la dignità, facendo trasparire la vera essenza della natura umana in una forma di “spontaneità educata”.
Occorre cioè evitare le tendenze animalesche grazie all'educazione, e la cortesia, attraverso il linguaggio, costituisce un tramite per le relazioni umane.
Tale ponte rappresentato dal linguaggio, necessita di un parapetto e di piccoli ornamenti(giboshi = decorazione a forma di fiore d'aglio posta sui pilastri dei ponti) e questo è il ruolo svolto dalla cortesia, necessaria non solo nei rapporti umani, ma anche nella conquista.
L'etichetta è un sistema per accrescere l'autorità, laddove c'è una volontà di dominio; è un velo sul latente antagonismo che rende l'azione marziale composta ed elegante; è un freno alla forza fisica pura e brutale che eleva il samurai al di sopra della naturalità ineducata.
Pertanto il concetto che sta alla base del bushido è quello di un'educazione costante del corpo all'esecuzione di una serie di movimenti e sequenze prestabilite, così da educare al tempo stesso la mente e lo spirito per raggiungere un'espressione spontanea che in realtà è il frutto di una lunga stratificazione di comportamenti.
Il risultato dev'essere quello di una spontaneità misurata ed armoniosa che controlla l'istinto guerriero dandogli forma e bellezza.
Yamaga Soko scrisse che occorre “addestrare mani e piedi e abituare il corpo a comportarsi educatamente”, perchè “il corpo è laddove risiede la mente”: insomma, se l'aspetto e i gesti sono garbati e disciplinati, anche la mente diviene ordinata.
E per lui il “rei” è un codice fisso non suscettibile di modifiche né di interpretazioni:
“Le buone maniere e la musica non sono oggetto di discussione personale”.
*****
Ma vediamo come questi principi antichissimi alla base del bushido rappresentano una parte fondamentale della pratica delle arti marziali, dove il concetto di “rei-ho” è centrale sia per il singolo individuo nel suo percorso di pratica sia nelle relazioni con il maestro e i compagni all'interno del dojo.
Ora, nelle lingue occidentali, il termine “rei” viene di solito tradotto con “cortesia, rispetto, educazione”.
Nella lingua giapponese troviamo due termini composti con tale vocabolo, con significati abbastanza differenti:
REI-HO esprime le regole e il concetto astratto di cortesia e di rispetto;
REI-GI significa l'insieme delle tecniche ed azioni che manifestano cortesia e rispetto, ossia corrisponde in un certo modo alla nostra “etichetta”.
Mentre nelle culture occidentali questi concetti sono legati ai rapporti interpersonali più specificamente fra due persone (che si conoscono), nella cultura giapponese esiste tutto un complesso sistema di espressioni legate alla cortesia che vengono utilizzate molto più largamente e frequentemente che nella cultura occidentale.
Ed è proprio per tale motivo che molti comportamenti degli studenti occidentali, compiuti inavvertitamente o per mancanza di profonda conoscenza delle usanze legate al “rei-ho”, possono recare offesa ai maestri giapponesi.
Pur conoscendo il “rei-gi”, infatti, ovvero l'insieme delle tecniche dell'etichetta attinenti ad una specifica pratica (iaido, kendo, ecc.) ed ai vari momenti della sua applicazione, può sfuggire il fatto che non si tratta semplicemente di un aspetto “cerimoniale” della disciplina in questione, ma rappresenta un insieme di azioni cortesi strettamente legate al concetto astratto di “rei-ho”.
Per esempio, applicarsi con passione all'apprendistato e presentarsi ai principianti è una forma di “rei-gi” che esprime il concetto di “rei-ho”; ciò perchè la ragione dell'esistenza di tale concetto è da attribuirsi al “giri”, che possiamo tradurre con “senso del dovere, onore, gratitudine”.
Come osserva il Maestro Wakabayashi, il cuore dello “rei” si compone dunque di vari concetti e le espressioni di cortesia e rispetto che si manifestano nel “rei-ho” derivano da un forte senso del dovere e da un profondo debito di gratitudine; ciò proviene dalla comprensione del fatto che bisogna ritenersi fortunati a frequentare un gruppo di persone che condividono il nostro stesso interesse e che si è grati ai nostri maestri e compagni per offrirci l'opportunità di imparare e crescere nella pratica e nel nostro cammino personale.
Cristina Gioanetti
| inviato da
sakura il 13/12/2011 alle 14:46 | |
13 dicembre 2011
Allenamento Progressivo
9 Allenamento Progressivo
Di Andy Watson - Seishinkan Dojo, Ealing
Trad. di T. Piantato
assiduus usus uni rei deditus et ingenium et artem saepe vincit
La pratica costante applicata ad uno specifico soggetto spesso supera l’intelligenza e l’abilità
Questo articolo vuole costituire una guida agli studenti su come ottenere una progressione positiva nel proprio studio. Il suo contenuto riflette esclusivamente le opinioni dell’autore e le citazioni fatte sono state evidenziate. Il tema di questo lavoro è improntato principalmente allo studio dello Iaido ma può essere applicato a qualsiasi altra forma di budo che si basi su kata. Lo scopo di questo testo è di incoraggiare gli studenti a realizzare uno schema progressivo di apprendimento. Questo faciliterà la loro presa di responsabilità per quanto riguarda i propri progressi ed il proprio studio. Non intende sostituirsi all’insegnante ma permette semplicemente di individuare e misurare i propri progressi e di conseguenza di focalizzare il proprio studio in modo che possa essere il più efficace possibile.
9.1 Il bisogno di progredire
Anche se può sembrare molto soddisfacente recarsi al dojo un paio di volte a settimana, brandire un’arma per qualche ora fino a che si è senza fiato e poi tornarsene a casa, questo non è la vera essenza del budo. Mi soffermo un attimo per fare una breve distinzione tra bujutsu (studio delle arti marziali per sopravvivere in combattimento) e budo (studio delle arti marziali per migliorare la propria vita evitando il combattimento). Con ‘vera essenza’ voglio dire che lo studio delle arti marziali, indipendentemente dall’età, dal sesso o dalle condizioni fisiche dell’individuo, dovrebbe essere progressivo, non si dovrebbe cioè mai essere fermi nel proprio progredire. Questo vale anche senza tener conto del motivo per il quale si comincia lo studio del budo. Il budo si misura non dalla posizione che si è raggiunta ma da come ciascuno cresce e si migliora. Una posizione statica nel budo non è assolutamente budo.
Va inoltre detto che l’automiglioramento non significa necessariamente il conseguimento di gradi od il miglioramento della propria abilità; l’insegnamento, l’allenamento e la crescita degli altri si riflette nel proprio progredire e possono contribuire alle proprie capacità fisiche e mentali se l’insegnante trova il tempo di imparare dalle lezioni che impartisce e da come queste vengono ricevute. In ogni caso, l’insegnamento viene ricevuto e facilitato molto meglio se colui che insegna sta tentando di imparare a migliorare se stesso fornendo un modello di progressione per gli altri studenti e dimostrando al tempo stesso la capacità di risolvere un problema.
Tornando alla progressione positiva, troppo spesso si sentono i praticanti di arti marziali (e probabilmente altri praticanti) parlare di un “ristagno” nel proprio studio o in altri progressi. Questo si verifica quando il progresso (piuttosto scarso) nel loro sviluppo è sporporzionato rispetto all’impegno (considerevole) che ci stanno mettendo. Spesso non si capisce bene perchè si è raggiunto un “ristagno”; alcuni non capiscono nemmeno di averlo raggiunto; altri sanno perchè lo hanno raggiunto e non fanno nulla oppure fanno tutto quell che possono per superarlo. Non è necessario che uno abbia praticato per molti anni per raggiungere un ristagno. La differenza d’età, condizione fisica, carattere, condizioni di pratica, tutto può influenzarne il raggiungimento. Esiste anche qualcosa come un ristagno naturale che si verifica quando si smette di imparare cose nuove ( vedi grafico sottostante).
In altre parole, il principiante inizia imparando una marea di cose nuove. Questo trend continua per qualche tempo e gradatamente la qualità del praticante aumenta anche se a ritmo sempre più lento. Alla fine, o il praticante non ha più cose nuove da imparare oppure non viene più a contatto con cose nuove. A questo punto, l’unico obiettivo evidente resta quello della qualità ed il suo miglioramento.
Ad un certo punto, tuttavia, la naturale progressione può iniziare a calare lasciando nel praticante le seguenti sensazioni:
a) non sto imparando nulla di nuovo
b) non sto facendo nessun miglioramento nelle cose che ho già imparato
La concomitanza di questi due ristagni è solitamente più evidente che non uno solo.
Quanto sopra rappresenta una evidente semplificazione dei criteri che influenzano la progressione personale. Ve ne sono molti altri ed alcuni di questi saranno presi in esame nel prosieguo dell’articolo.
9.2 I Livelli di Competenza
Mentre nella stereotipata eterna ricerca della perfezione nel budo non si può mai ritenere di essere “arrivati” od essere competenti (c’è sempre spazio per il miglioramento), è tuttavia necessario avere uno schema di riferimento che permetta di riconoscere dove è necessario un miglioramento e dove si può essere soddisfatti (almeno per il momento) di un certo aspetto del proprio allenamento. Per amore di chiarezza stabiliremo che “competenza” significa “va bene per il momento perchè adesso ho gatte più grosse da pelare”.
A livello generale vengono riconosciuti quattro distinti livelli di competenza:
1. Incompetente Inconsapevole: non si sa fare una cosa e non si ha idea di quanto sia difficile farla oppure non si sa farla ma si pensa che sia facile (es. guardare i propri genitori mentre guidano la macchina quando si è bambini)
2. Incompetente Consapevole: si è un disastro e si è consci di esserlo! Si è compreso quanto sia difficile fare qualcosa ed il fatto di non riuscire a farla (es. La prima lezione di guida).
3. Competente Consapevole: si è in grado fare una certa cosa ma è necessario concentrarsi duramente per portarla a termine e si avrebbe difficoltà a fare qualcos’altro simultaneamente (es. Il momento dell’esame di guida).
4.Competente Inconsapevole: si riesce a fare qualcosa senza pensarci oppure non ci si rende conto di quanto sia complicata la cosa che si sta facendo (es. guidare per recarsi al lavoro mentre si pensa a cosa si è fatto nel week-end senza andare a schiantarsi con l’auto).
Esiste inoltre un quinto livello che si chiama Competente Consapevole Inconsapevole ma riguarda più l’insegnamento che l’apprendimento e non sarà preso in esame in questa sede.
La relazione di quanto sopra esposto con lo sviluppo delle arti marziali è che si dovrebbe cercare di raggiungere un livello di Competenza Inconsapevole prima di ritenersi soddisfatti che quanto si sta facendo sia corretto e passare ad un altro aspetto dell’allenamento. Se ci si ferma al Livello 3, si potrebbero dimostrare in maniera competente le tecniche di quell’arte ma non si sarebbe in grado di soddisfarne gli aspetti più ampi quali, ad esempio, seme, zanshin, miushin, ecc. ecc. Si sarebbe quindi un esecutore ma non un praticante. Nello Iai questo viene solitamente definito come “danza con la spada” e non è esattamente considerato un complimento!
E’ importante riconoscere che il divario tra i livelli 2 e 3 può variare e durare pochi secondi oppure anni. Parte del processo progressivo di apprendimento consiste nel comprendere quanto una certa cosa sia difficile e pianificare il proprio allenamento di conseguenza. Anni spesi a fare qualcosa di sbagliato sono anni sprecati. Per contro, ci sono aspetti che possono richiedere moltissimo allenamento per poter sviluppare una tecnica corretta.
Si tratta nuovamente di una semplificazione del processo di apprendimento ma aiuta a sviluppare lo schema di apprendimento che sarà discusso più avanti.
9.3 Impegno al Cambiamento
Prima di imbarcarci in una lunga discussione sul come, non dovremmo dimenticare il perchè. Di questo si era parlato in precedenza quando si è stabilito che il vero budo deve essere progressivo. Si tratta di un qualcosa che non dovrebbe essere preso alla leggera ed è fin troppo facile parlare di progressione e poi continuare a fare esattamente quello che si è sempre fatto. L’impegno al cambiamento personale è al cuore delle arti marziali e talvolta è necessario distruggere quanto già raggiunto per poter costruire qualcosa di nuovo.
Questo approccio di “tornare ai fondamentali” richiede parecchio coraggio ma è un percorso essenziale al miglioramento. Tecniche veloci e fiducia nella forza fisica sono distrazioni seducenti dal miglioramento laddove viene invece richiesta una tecnica lenta e metodica.
Non si dovrebbe pensare che il cambiamento sia un aspetto insolito e sgradito dell’allenamento ma si dovrebbe invece ritenerlo alla base di tutto quanto si fa. Una delle cause alla base di un ristagno è lo sforzo che si fa per allenarsi maggiormente quando in realtà ci si dovrebbe allenare “meglio”. Allenarsi “meglio” o in maniera più intelligente significa esaminare quello che si sta facendo e chiedersi sinceramente se sia di aiuto o se non produca invece errori in modo esponenziale. Alla meglio non fa che rafforzare il senso di Competenza Consapevole ma è molto più probabile che inneschi aspetti di Incompetenza Inconsapevole ( es: radicare abitudini sbagliate).
Per meglio comprendere esaminiamo quanto segue: si potrebbe eseguire una forma il più velocemente e con la maggior forza possibili – si sente l’arma che si muove velocemente facendo molto rumore e si finisce la forma con un senso di compimento mentre i muscoli si rilassano. E’ probabile che si sia migliorata la propria forza di taglio ma a quale costo – si stava tagliando con il giusto angolo? al momento giusto? mentre ci si trovava nel posto giusto? Spesso la risposta ad almeno una di queste domande è no. Un metodo molto efficace per controllare la Competenza Inconsapevole è eseguire il kata il più rapidamente possibile senza nessuna pausa per pensare e vedere allora quanto sia giusta la forma.
Con questo non si vuole suggerire che non siano necessari una certa dose di prova e di errore ed anche di “gioco” nel proprio allenamento – possono sicuramente costituirne una parte ma non esserne quella dominante.
In conclusione, una parte essenziale dello schema di apprendimento progressivo è un impegno consapevole al cambiamento. Questo comprende l’accettazione del cambiamento, il riconoscimento della sua necessità nella pratica abituale abbandonando il metodo ed i sistemi utilizzati finora.
9.4 Come si apprende e si migliora
I modelli di apprendimento sono estremamente complessi e possono essere esaminati da varie angolazioni che possono essere tutte vere a seconda della prospettiva. Per semplificare diremo che è più facile esaminare come viene gestito un aspetto specifico dell’apprendimento, vale a dire il miglioramento. Di seguito è riportato un modello semplificato di come si migliora:
Si tratta nuovamente di una notevole semplificazione ma in generale è un’analogia corretta. Il processo di miglioramento è fondamentalmente di tipo iterativo, si basa su diversi livelli di processo ed è identico ad un controllo dinamico di sistema:
Input:
• Un modello esterno di cosa si intende per “buono”. Potrebbe essere il proprio insegnante, i propri colleghi, un video, un diagramma, una descrizione scritta oppure verbale. L’importante è riconoscere che questo è il proprio modello “corretto” e rappresenta quello che si sta cercando di diventare anche se si tratta di una propria interpretazione fisica di cosa voglia dire “buono”. Senza questo modello è impossibile migliorare.
• Un modello generato internamente di quello che si sta facendo. Questo può essere definito attraverso i suggerimenti degli altri, la conferma visiva e kinestetica (che sensazioni si provano), un video, ecc. ecc. Tutto questo viene di solito scarsamente verificato – molti hanno l’abitudine di eseguire semplicemente le forme senza controllare effettivamente se le stanno eseguendo correttamente o se stanno realmente facendo quello che pensano di fare.
Processi Interni:
• Un confronto consapevole di cosa ci sia di diverso nei due input. Laddove vi siano differenze, si deve generare internamente un metodo per cambiare quanto generato nell’input interno in modo che corrisponda all’input esterno.
• Un’azione per cambiare, come sopra descritta, è un’istruzione mentale attiva ad un qualcosa di diverso da quello che viene consapevolmente riconosciuto come corretto o che è stato programmato nella memoria muscolare.
Output:
• Una prestazione che comprenda quelle azioni che sono state considerate come corrispondenti nella fase di comparazione e le varie azioni per cambiare. Spesso le prime possono essere compiti nei quali si è Competenti Inconsapevoli mentre le seconde possono essere cose nelle quali si è Incompetenti Consapevoli ma si diventerà presto Competenti Consapevoli.
Si possono riscontrare problemi di miglioramento in uno qualsiasi dei suddetti livelli che si possono manifestare come:
• Una mancanza di conoscenza nei confronti di cosa si dovrebbe fare
• Una mancanza di percezione nei confronti di quanto si sta facendo
• L’incapacità di individuare la differenza tra le due
• Una mancanza di comprensione o di motivazione per compiere un’azione volta a cambiare quello che si sta facendo
• Una mancanza di integrazione delle azioni di cambiamento nella propria prestazione
Per trasformare i problemi suddetti in soluzioni, basterebbe semplicemente cancellare le parole che precedono la parola sottolineata per capire cosa è necessario fare. Naturalmente è più facile dirlo che farlo ma, ironicamente, vi sono disponibili numerosi strumenti e risorse che possono venire in aiuto e non sono tutti generate internamente. Se ne parlerà in dettaglio più avanti.
9.5 Individuare i Problemi
Anche se pensando ai molti di problemi che si riscontrano nelle proprie prestazioni di arti marziali uno potrebbe arrovellarsi fino allo sfinimento, l’approccio migliore resta quello di strutturare e catalogare i problemi in modo che siano più facili da gestire. I problemi nell’allenamento non sono diversi da quelli della vita quotidiana – se li si guarda nel loro complesso sembrano insormontabili. Con questo non si vuole suggerire di usare l’approccio evangelico di chiamare i problemi “sfide” – per l’individuo costutuiscono effettivamente un problema. Quello che si suggerisce è che tutti i problemi possono essere risolti e spesso c’è più di una soluzione. Considerato che manca sempre il tempo, lo studente cercherà naturalmente la soluzione più rapida e conveniente e non c’è assolutamente niente di male in questo. Praticare a lungo e con severità è spesso la soluzione al problema ma non sempre è l’unica soluzione – cambiare e fare una cosa in modo diverso è quasi sempre un importante precedente ad un duro allenamento.
Il primo taglio della torta ‘problema’ potrebbe essere catalogare i problemi in due aree: una generica ed una specifica.
I problemi generici, nella loro categorizzazione più semplice, sono questioni che possono presentarsi in alcune se non in tutte le forme. Possono pertanto essercene un minor numero di tipi ma sorgono inaspettatamente e molto di frequente. Per quanto riguarda lo Iai, possono comprendere:
• metsuke
• equilibrio
• postura
• nukitsuke
• kiritsuke
• chiburi
• noto
• zanshin
• kigurai
• lesioni
Per quanto riguarda le lesioni, si tratta di un problema speciale che deve essere affrontato in un modo appropriato al caso specifico.
I problemi specifici, nella loro categorizzazione più semplice, sono questioni specifiche a certe forme – la forma di per sè è un problema. Questi sono più frequenti e più facili da individuare – la maggior parte delle persone sanno qual’è il kata che meno preferiscono.
Questa categorizzazione non dice nulla circa la natura del problema ma può essere d’aiuto nel comprendere come affrontarlo e risolverlo. Si sottolinea che questo articolo non spiega agli istruttori come risolvere i problemi degli studenti perchè è ad uso di questi ultimi.
9.6 Formazione di uno Schema di Apprendimento Progressivo e Piano di Allenamento
Giunti a questo punto, si dovrebbe essere in grado di sviluppare uno Schema di Apprendimento Progressivo per stabilire dove sono i problemi ed un Piano di Allenamento per gestirli.
Se esaminiamo il quadro dei problemi che possiamo avere, noteremo che in esso vi sono una certa casualità unita a frammenti di un modello. Le colonne verticali evidenziate sono relative a problemi generici non riconducibili ad uno specifico kata ma comuni a tutte le forme, la postura e la stabilità. Un esame più approfondito potrebbe portare a fare la distinzione tra forme da eseguirsi seduti e forme da eseguirsi in piedi, dove ciascuna forma ha un proprio tipo di instabilità specifica. La riga orizzontale evidenziata mostra un problema specifico con la forma numero 4 –i singoli elementi della forma stessa creano una serie di problemi.
Un certo numero di problemi causali sono inoltre disseminati per tutta l’analisi del problema e possono ricadere in una delle due categorie seguenti:
i) Un problema relativo ad un problema specifico oppure generico. La risoluzione del problema generico/specifico può risolvere questo problema casuale.
ii) Un problema totalmente casuale e non correlato. Dovrebbe essere considerato un problema minore fino a quando altri problemi generici o specifici di un kata non siano stati risolti.
Il programma personale di allenamento per gestire queste problematiche può essere formale e strutturato secondo le proprie preferenze oppure può essere semplicemente la decisione di focalizzarsi su di un aspetto dell’allenamento per un certo periodo di tempo. Una cosa è certa – se si vuole superare il ristagno nelle prestazioni di apprendimento è necessario fare uno sforzo teso al superamento dei problemi individuati e che avrà un effetto superiore rispetto al livello medio di abilità.
9.7 Risoluzione dei Problemi e Piano di Allenamento
L’esame del peso e della distribuzione dei problemi nello Schema di Allenamento aiuterà il praticante a focalizzare gli sforzi necessari per risolvere i problemi. Qui non viene dettagliato come dovrebbe essere il Piano di Allenamento, basterà dire che si dovrebbero annotare le cose sulle quali si programma di lavorare informando il proprio insegnante delle proprie intenzioni.
Uno dei primi passi verso la risoluzione dei problemi è individuare se il problema sia generico oppure specifico di una forma. L’approccio in entrambi i casi è relativamente semplice:
• Per un problema generico, si dovrebbe dedicare un periodo di allenamento per eliminare questo problema. Si allenano varie forme, utilizzandole più come contesto per lavorare su di uno specifico problema che come mezzo per migliorare la forma in generale. Ad esempio, se si hanno problemi con noto si potrebbe essere tentati di esercitarlo stando in posizione eretta fino a quando non riesca discretamente bene. L’effetto di questa risoluzione, tuttavia, svanisce rapidamente quando si cerca di eseguire lo stesso movimento nel contesto di un kata. Praticando noto in tutta una serie di kata si sviluppa il proprio noto in una serie varia di posture e si sviluppano inoltre i corretti collegamenti associati alla memoria muscolare in modo che la tecnica corretta diventa parte del kata invece di un compito distinto fuori dal suo contesto. Inoltre la sessione di allenamento risulterà molto più soddisfacente se si migliorerà il proprio noto attraverso una serie di forme piuttosto che stando fermi in piedi nel dojo cercando di farlo meglio.
• Per problemi specifici relativi ad un kata, non si può fare altro che focalizzare la propria attenzione ed i propri sforzi sul kata in questione. Questo non significa che si debba:
a) spezzettare il kata il più possibile oppure
b) praticare il kata fino a quando non si riesca ad eseguirlo correttamente una volta per poi passare alla forma successiva
Per la soluzione di un problema specifico è necessario un approccio strutturato che potrebbe comprendere azioni del tipo:
i.) diminuire la velocità di esecuzione del kata fino ad arrivare al ‘rallentatore’ per esaminare i movimenti nel dettaglio
ii.) verificare la metodologia del kata con un insegnante
iii.) applicare metodi diversi ad una certa tecnica in modo da trovare quello che sia più adatto all’individuo
iv.) chiedersi come e perchè si stia eseguendo la forma in modo sbagliato
v.) accelerare gradualmente l’esecuzione del kata per arrivare alla sua naturale velocità
vi.) allenare ripetutamente il kata alla sua velocità naturale
vii.) controllare nuovamente per essere certi che siano stati apportati gli opportuni cambiamenti
viii.) aumentare l’allenamento
ix.) aumentare i controlli
x.) ripetere I punti 8 e 9 alla nausea
Basti dire che vi è un momento appropriato per l’allenamento ripetitivo ma dovrebbe essere fatto sapendo che è corretto. Inoltre si dovrebbe lavorare per consolidare la tecnica corretta una volta che il problema sia stato risolto. Farlo correttamente nel momento e nel punto giusto è il modo migliore per lavorare sul consolidamento di una buona pratica – passare al problema successivo è fin troppo facile e si ricadrà molto rapidamente nelle vecchie abitudini e nella vecchia memoria muscolare – l’allenamento non sarà più progressivo.
Al fine di affrontare le fasi del processio di apprendimento semplificato dettagliato in precedenza, sono state individuate un certo numero di soluzioni ai problemi potenziali:
1. Una mancanza di conoscenza nei confronti di cosa si dovrebbe fare
• Verificate il modo corretto di fare qualcosa tramite il vostro insegnante, seminari, video, libri, ecc. L’uso di informazioni provenienti da altre fonti oltre che dal proprio istruttore può sembrare un’eresia ma talvolta, in certi dojo, ci si aspetta che la persona impari ed alleni la forma altrove e torni al dojo solo per essere corretta.
• Prendete appunti se non riuscite a ricordare il modo di fare qualcosa. In alternativa usate strumenti audiovisivi per registrare quanto sopra.
• Dedicate tempo al di fuori del dojo per familiarizzarvi con i vari metodi – visualizzate mentalmente la forma ed esercitate la vostra memoria al riguardo.
2. Una mancanza di percezione nei confronti di quanto si sta facendo
• Chiedete suggerimenti al vostro istruttore, a chi è più alto in grado, ai vostri pari grado e a chi ha un grado inferiore. Siate onesti nel vostro approccio nei confronti dei suggerimenti e cercate elementi comuni in quanto vi viene detto.
• Fatevi riprendere da qualcuno mentre eseguite un kata. L’utilizzo del fermo immagine e dell’avanzamento progressivo delle immagini durante la riproduzione del video vi aiuterà a capire cosa state facendo e cosa stia causando dei problemi. Vi permetterà inoltre di individuare i vostri punti di forza.
3. L’incapacità di individuare la differenza tra le due
• Prima di concentrarsi su questo punto, bisognerebbe essere certi di aver risolto i due punti precedenti. Se dopo di ciò, non si è ancora in grado di riconoscere la differenza tra quanto si sta facendo e quanto si dovrebbe fare, questo può essere dovuto al fatto che o lo si sta facendo nel modo corretto oppure si ha una capacità di riconoscimento al di sotto della norma che non rientra nello scopo di questo articolo.
4. Una mancanza di comprensione o di motivazione per compiere un’azione volta a cambiare quello che si sta facendo
• Una mancanza di comprensione nei riguardi di quale azione intraprendere per ottenere un cambiamento è un problema molto specifico che richiede indicazioni e supervisione da parte di qualcuno che abbia un alto livello di competenza in quello che si sta cercando di migliorare. Una chiara comprensione della dinamica fisica può essere d’aiuto insieme alla capacità di individuare quail abitudini errate od azioni superflue entrino in azione per impedire il cambiamento. Uno strumento molto efficace è la visualizzazione della tecnica tramite la dimostrazione, l’esempio o lo scenario. E’ importante che l’allievo pratichi costantemente e in modo lento la sequenza corretta di tecniche con il giusto ritmo fino a che non sia in grado di accelerarne l’esecuzione.
• Una mancanza di motivazione suggerisce la mancanza di fiducia nella propria tecnica e nella convinzione che sia necessario distruggerla per poterla ricostruire. In effetti, l’attaccamento a movimenti e a metodi familiari è un problema comune agli allievi che devono crescere. In questo caso è di vitale importanza che gli allievi ripongano la propria fiducia nei propri insegnanti e concordino con questi in programma chiaro di obiettivi di apprendimento.
5. Una mancanza di integrazione delle azioni di cambiamento nella propria prestazione
• E’ fin troppo comune per qualcuno passare ore a fare cambiamenti nella propria prestazione durante la pratica delle lezioni salvo poi lasciar cadere tutto in occasione di un embu, anche se informale, di un esame o di una competizione. E’ qui che diventa essenziale comprendere la natura ed il significato di un esame: è un’opportunità per dimostrare il cambiamento che si è apportato e la comprensione dell’insegnamento che si è ricevuto. Molti esaminandi hanno fallito perchè non hanno dimostrato i cambiamenti indicati nel seminario precedente l’esame. Anche se dimostrare un nuovo modo di eseguire la tecnica può portare ad una perdita di velocità, potenza ed efficacia, cambiare è il primo passo verso il proprio sviluppo e la velocità, la potenza e l’efficacia arriveranno solamente con la pratica. Il tempo dedicato al proprio allenamento è il solo fattore che possa garantire l’introduzione di cambiamenti ed il miglioramento.
9.7 Misurazione della Progressione
Misurare il proprio miglioramento non è un metodo di auto-gratificazione ma assicura semplicemente che un problema sia stato risolto o può indicare l’avvicinamento ad una soluzione. L’uso del Piano di Allenamento dettagliato in precedenza unitamente all’uso di vari mezzi di input può fornire un quadro altamente obiettivo di suggerimenti.
9.8 Conclusioni
La chiave per il miglioramento è una motivazione a cambiare e indifferentemente da quanto sia bravo l’insegnante che uno ha, per poter vedere con successo un miglioramento, l’allievo deve mettere entusiasmo, coraggio ed un approccio sistematico. Inoltre è molto facile incolpare il proprio insegnante per una mancanza di progressione mentre la colpa è solo dell’individuo.
L’accordo verbale o non-verbale tra l’insegnante e l’allievo è al centro dell’allenamento nelle arti marziali e la volontà sia dell’insegnante che dell’allievo a lavorare insieme sullo sviluppo del praticante può solo portare un successo misurabile da una varietà di mezzi.
E’ speranza dell’autore che questo documento, se letto, non venga visto come il voler togliere qualcosa all’insegnante: è semplicemente una guida per gli studenti per comprendere quali impegni debbano essere presi da parte di coloro che studiano in modo da eguagliare l’impegno assunto dall’insegnante.
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sakura il 13/12/2011 alle 14:45 | |
13 dicembre 2011
lo iaido come via per l'amicizia
Lo Iaido come via per sviluppare l’amicizia: un esperienza personale
(Claudio Zanoni)
“Iaido”: solo contro un avversario immaginario, una serie di kata che si ripetono all’infinito per trovare la “forma” perfetta!
Solo! Uno degli errori che feci all’inizio fu pensare che lo iaido è una via che si può percorrere da soli, si…. ma quante cose mi sarei perso se avessi “camminato” da solo, se non avessi saputo ascoltare lungo la via le persone che ho incrociato, conosciuto, amato, perso……
Le “vie” delle persone sono delle linee che a volte si incrociano, magari camminano per un tratto affiancate e poi improvvisamente si dividono. Magari si rincontrano, magari no.
Parlando delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare, nel mio breve tragitto lungo la via della spada, devo per forza cominciare da colui che mi fece iniziare un po’ di anni fa. Iniziai quasi per caso, un mio amico mi parlò dello iaido e della spada giapponese.Per curiosità andai a vedere una lezione, rimasi affascinato dalle spade ( allora non sapevo la differenza tra una shinken e uno iaito) e decisi di provare: era il giugno del 1997.
Non vi dico le difficoltà, penso che la sensazione di essere goffi ed imbranati l’abbiano provata quasi tutti, la voglia di smettere perché non ci si ricorda i kata, ecc. ecc., ma il fatto di aver iniziato con un amico, di farlo assieme, di provare le stesse difficoltà, mi ha fatto continuare. Siamo arrivati fino all’esame di primo dan, dopo di ché la sua Via è andata tangente alla mia, ora lui non pratica più, l’ho rivisto qualche volta ma non pratica più. Grazie Marco.
Nel frattempo un'altra persona aveva iniziato con noi, un nuovo amico, non della mia città anzi decisamente lontano, veniva addirittura da Parma. Il Sabato era un bellissimo momento, in cui si praticava assieme, ci confrontavamo sulle difficoltà della nostra pratica, ci scambiavano delle cose tra persone che erano praticamente allo stesso livello, ed io imparavo le prime cose sulla spada giapponese essendo Sergio un autentico esperto in materia.
La nostra “via” procede ancora appaiata, ci divertiamo e ci piace fare iaido assieme, anche se il suo girovagare per l’Italia lo rende un autentico”Ronin”.
All’inizio, non so se è capitato anche a voi, vedevo il mio istruttore come una persona sopra un piedistallo, come molti dei praticanti di alto grado che vedevo nei primi stage a cui partecipavo: figure inavvicinabili. In più la situazione del mio dojo nel rapporto con gli altri dojo era decisamente tesa, per ragioni che non conoscevo. Più di una volta durante uno stage, ho sentito alcuni sguardi su di me e la forte sensazione di “ quello è del………”, ma anche così la conoscenza di persone di altre realtà è continuata anche fuori dal mio dojo. Le prime volte conobbi Danilo, Monica,Giorgio, Roberta, tutti dell’”altro “ dojo, tutte persone con cui oggi mi diverto a fare iaido, e non solo, visto che ogni tanto ci si trova per una mangiata ed una bevuta, tutte persone che in un modo o nell’altro mi danno qualcosa.
Il mio primo stage a Borgo Valsugana, la prima frequentazione dell’allora FENIKE, ed altre persone da conoscere, ma soprattutto il Maestro Mijazaki colui che mi ha fatto definitivamente innamorare dello iaido, con un eleganza che non avevo ancora visto in nessun altro, colui che ogni anno inizia lo stage ricordandoci che lo iaido serve a sviluppare l’amicizia tra le persone.
Quante persone ho incrociato!
Nel frattempo la mia pratica cresceva, grazie al mio istruttore, Paolo, grazie ai miei compagni di dojo, Stefano, Luca, Andrea… già che fine avrà fatto Andrea, uno dei migliori iaidoka che ho visto, ma un'altra strada che gira velocemente verso altre mete.
L’anno dopo decisi di tentare la partecipazione agli Europei di iaido, no…. non erano assolutamente organizzati come adesso, ricordo di aver mandato una mail ad Hopson , che allora non sapevo neppure chi fosse, e… caricato il mio camper eccomi diretto a Brighton in Inghilterra per partecipare ai miei primi Europei. Non vi sto neppure a raccontare la delusione per essere stato eliminato al primo turno, ma anche qui ho incontrato altre persone ed altre vie hanno iniziato a viaggiare parallele, il principe Edoardo e la Marilena. E poi aver visto Watson il famoso inglese che vince tutto e tutti nelle gare di iaido, aver visto il suo iaido e capire che avrei dovuto lavorare un sacco per migliorare il mio. E ancora …il maestro Hopson e tutti quegli alti gradi, che continuo ad incontrare ogni anno con immenso piacere.
Fortunatamente il ritorno dall’Inghilterra all’insegna del turismo eno-gastronomico nel Nord della Francia ha mitigato un po’ la delusione per la sconfitta, e l’inizio dei corsi mi rivedeva più che mai sempre presente alle lezioni, deciso a migliorare quello che facevo.
Il frequentare assiduamente le lezioni, la voglia di imparare, la voglia di incontrare i miei “amici”
del dojo ancora una volta mi spinsero a “battermi” con il mio nemico, che normalmente continuava a vincere, anche se io neppure me ne accorgessi.
Nei mesi che seguirono, inizio l’avventura che ha cambiato il mio modo di fare iaido, il mio istruttore chiede a me e Stefano se volevamo partecipare alle selezioni della nazionale, visto che da quell’anno il modo di partecipare era cambiato e la federazione aveva deciso di iscrivere una vera e propria squadra. Decisi di provarci ancora una volta, e andai a fare le selezioni a Milano, ancora persone nuove, ancora strade che si univano alla mia ( quasi! perché io ero dell’altro dojo)
Con grande felicità, anche se perdevo la gara con Monica, passavo le selezioni, ero nella Nazionale Iaido. Quella domenica per la prima volta alcune persone mi rivolsero la parola, Detlefh, Mario, Danielle, tutti quegli alti gradi che avevo sempre solo visto in cima alla fila durante gli stage!!!
Non so bene perché ma il mio modo di fare iaido è cambiato da quella domenica, mi allenavo con Paolo, Roberto, ha già Roberto un'altra via che si affiancava, ma anche con Mario, Teo e gli altri della nazionale a Milano, Nicola, Danilo tutte persone da cui prendevo qualche cosa.
Non vi dico il successo agli Europei di quell’anno: secondo agli individuali e primo nella squadra con Paolo e Roberto. Un avventura incredibile ed un nuovo incontro: Simonini il Belga che mi ha battuto in finale. Da allora, ogni volta che ci si incontra è un continuo scambio di saluti, complimenti ed inviti negli stage dei rispettivi paesi.
Qualcuno sicuramente l’avrò dimenticato,.. come quel ragazzo che veniva da Novara, ricordo che il giorno prima della gara, guardando una bellissima svedese sua possibile avversaria mi disse “ se mi capita quella la batto di sicuro” io guardandola avevo pensato, fa un bello iaido è un gran pezzo di ragazza, ma io non ne sarei così sicuro. Ha subito perso con lei, un'altra strada che non ho mai più incrociato.
Quante persone e quante amicizie, da allora l’elenco è cresciuto.
Continuare a frequentare gli stage e gli allenamenti con gli altri dojo mi ha arricchito di un sacco di cose. Queste cose si vedono nello iaido che uno fa: si vede l’amore, si vede la rabbia, si vede l’amicizia. Si vedono un sacco di cose nello iaido che ognuno di noi pratica, basta saperle guardare.
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sakura il 13/12/2011 alle 14:44 | |
13 dicembre 2011
le tre M
LE TRE EMME DELLA QUALITA’ TOTALE APPLICATE ALLO IAIDO
(da un discorso del Maestro Yamasaki Masahiro 8° dan hanshi di iaido a Sportilia , giugno 2005)
Sono per formazione un economista e sono abituata a sentir parlare o a leggere di questioni relative all’organizzazione aziendale e ai modelli di TQ (Total Quality) . Nonostante questo non ho subito collegato quanto andava dicendo, con una certa insistenza, il Maestro Yamasaki durante il seminario di iaido che precede gli esami di dan. Lui ha insistito molto perché applicassimo il modello delle tre mu (così ha tradotto la nostra gentilissima traduttrice) allo iaido al fine di renderlo sempre migliore. Le tre Mu sono: Muda, Muri, Mura. Solo più tardi quando la traduttrice mi ha spiegato che il modello e i concetti di cui parlava il Maestro erano molto diffusi presso la società giapponese ed erano usati all’interno delle fabbriche sono riuscita, finalmente, a fare i collegamenti giusti e ho capito che si parlava di una cosa che io conoscevo bene: le tre emme del modello di TQ , modello di organizzazione aziendale di cui si discute molto.
Credo sia necessaria una piccola premessa prima di chiarire cosa sono le tre M e in cosa consiste il modello di TQ. Il modello di TQ si è sviluppato in Giappone nel periodo di ricostruzione post bellico per creare un'alternativa ai modelli organizzativi occidentali basati su una iper specializzazione del lavoro , ed è oggigiorno uno degli approcci più diffusi al mercato.
Si tratta di un approccio di marketing e di organizzazione aziendale nel quale prevale l'orientamento della produzione verso la ricerca e il soddisfacimento dei bisogni dei clienti.
La derivazione del modello di Total Quality è riconducibile a studi americani sul Controllo Statistico della Qualità (CSQ), esportati in Giappone da William Edwards Deming nel 1950 e sviluppati da parte di Kaoru Ishikawa e altri. L’approccio “filosofico” alla produzione è diverso e tende a promuovere un miglioramento continuo all’interno dell’impresa, miglioramento che nasce dalla collaborazione consapevole, congiunta e solidale di tutte le componenti aziendali che condividono la politica e gli scopi aziendali e che partecipano ad un continuo monitoraggio e miglioramento del processo produttivo . Basilari per lo sviluppo di questo approccio sono le comunicazioni aziendali e i sistemi informatici.
E’ un approccio culturale e filosofico diverso al lavoro e all’organizzazione aziendale: fare bene e migliorare continuamente sono un dovere morale e servono alla “formazione dell’essere umano” e allo sviluppo della società. Sono tutti concetti che caratterizzano la società giapponese e che hanno determinato questa “rivoluzione di pensiero” nell’approccio all’organizzazione aziendale.
Il sistema produttivo giapponese integra i due concetti di Kakushin (rinnovamento totale) e Kaizen (miglioramento) Nei sistemi produttivi occidentali le innovazioni procedono a gradini, si introducono innovazioni consistenti che cambiano in modo radicale il sistema produttivo. Per il sistema di pensiero giapponese questo porta spesso ad uno spreco di risorse. Per loro l’introduzione dell’innovazione è calibrata con molta più attenzione e parsimonia di quanto non facciamo noi. Questo non vuol dire che non ci sia cambiamento, anzi il cambiamento è una delle cose fondamentali, ma è un cambiamento continuo, un Kaizen, un miglioramento continuo, fatto di piccoli cambiamenti che nel loro insieme non rompono il processo produttivo ma ne determinano comunque un cambiamento. E’ un concetto che si scontra con le logiche del pensiero economico occidentale, ma che permette da subito di fare un confronto con lo Iaido. Lo iaido è miglioramento continuo (kaizen), raramente si deve procedere con grandi cambiamenti. Piuttosto uno iaido di buon livello si costruisce man mano introducendo un continuo processo di miglioramento dei gesti e del movimento del proprio corpo. E’ un processo di “raffinazione” continuo del gesto ed in questo è appunto un tipico prodotto della mentalità giapponese. Inoltre , sempre seguendo le logiche del pensiero giapponese che ci insegna l’economia, questo processo di miglioramento non è limitato alla componente fisica (produttiva per il sistema industriale) ma si trasmette nelle componenti individuale e sociale. Non per nulla la ZNKR dice che il kendo (e lo Iaido o il Jodo) sono mezzi per la “formazione dell’essere umano”. L’attenzione costante al processo di miglioramento applicato ad una qualsiasi cosa, lo iaido per esempio, determina un processo di “raffinazione” dell’animo umano e della sua capacità di costruire la società attorno a sé. E’ fin troppo facile estendere il concetto all’organizzazione, come viene fatto nelle fabbriche giapponesi, e dire che se, veramente, riusciamo a costruire un buon iaido siamo automaticamente in grado di trasportare il concetto nel nostro Dojo e costruire un associazione armoniosa, o nella nostra Federazione, e che quindi il nostro livello di armonia nella Società è un segnale, una conseguenza, del nostro progresso nello iaido. Concetti che ritroviamo tutti nella missione dichiarata della ZNKR
Possiamo continuare introducendo un altro concetto economico che possiamo usare egregiamente nello iaido. In Giappone vengono distinti due tipi di qualità: quella funzionale (atarimae hinshitsu) e quella emozionale (miryoku teki hinshitsu). La qualità funzionale è importante e significa che ogni pezzo prodotto deve essere conforme agli standard che sono stati decisi, deve durare e funzionare nel modo che è stato programmato e progettato possibilmente a "difetti zero" e senza sprechi. Per esempio lo Iaido della ZNKR è chiaramente codificato e applicare questo concetto di qualità allo iaido è facile. Lo iaido che facciamo deve “essere conforme” il che vuol dire uguale a quanto codificato. E’ un concetto su cui tutti i Maestri giapponesi venuti in Italia insistono molto.
Il secondo concetto della qualità giapponese, quello emozionale, è considerato molto importante per il consumatore e di conseguenza per il produttore. E’ ovviamente più difficile da definire e da realizzare, ma costituisce l’essenza della qualità. La qualità emozionale risiede, principalmente, in uno stato psicologico del cliente stesso. In termini di marketing vuol dire che il prodotto risponderà completamente alle esigenze del consumatore, determinandone la piena soddisfazione e creando in lui uno stato d’animo, un sentimento, una sensazione , ovviamente positiva. Creando insomma kimochi (che si può tradurre con sensazione, sentimento, stato d’animo, ma che può essere anche inteso con anima o mente dell’uomo) nel consumatore. Nuovamente estendere il concetto allo iaido è facile: uno iaido a “difetti zero” ma senza “anima” , senza “kimochi” può essere esteticamente bello ma non trasmette emozioni, non ha essenza. In realtà non è Budo. E’ necessario quindi lavorare nello iaido per migliorare non solo l’aspetto tecnico ma anche il contenuto, il significato. Il Maestro Yamasaki da anni insiste su questo punto e quest’anno in particolare, lavorando con gli insegnati CIK, ha cercato in tutti i modi di farcelo capire, chiarendo, ovviamente, che la realizzazione di questo concetto di qualità richiede anni di costante pratica e si basa, o meglio non può prescindere, dal primo concetto di qualità, uno iaido tecnicamente corretto.
Veniamo ora alle tre M e cerchiamo di applicare alcuni dei concetti espressi dal Maestro per lo iaido. Le tre M sono le tre cose che bisogna evitare durante la produzione per ottenere la qualità, e sono evidentemente strettamente collegate fra loro. Si tratta quindi di capire cosa dobbiamo evitare nel fare iaido.
La prima M è Muda che si può tradurre come perdita o spreco. Nel sistema industriale questo si riferisce al fatto che esistono , nella produzione, pezzi difettosi che vanno eliminati. Questo implica una perdita economica. Ottimizzare la produzione significa evitare di arrivare a questi sprechi e cercare di rendere il processo produttivo il più fluido possibile, togliendo i punti superflui o migliorando i punti dove si realizzano delle perdite. Per il Maestro Yamasaki Muda è togliere gli sprechi, togliere il superfluo, ossia togliere dai nostri gesti tutto quello che non è essenziale. E’ un concetto noto nello iaido sul quale hanno già insistito altri Maestri , per esempio il Maestro Ide. Significa fare uno Iaido sobrio, essenziale. Si possono fare molti esempi. Per esempio quando ci si gira nel 7° o 8° kata della ZNKR si può fare con la mano destra un grande cerchio, molto ampio oppure un gesto essenziale, il minimo tratto di strada per raggiungere l’impugnatura, la strada più diretta , più naturale possibile. Il Maestro Yamasaki scherzosamente chiamava il movimento ampio e circolare “banzai!” , giusto per farci capire che non andava proprio bene. Ci sono molti altri esempi possibili, aggiustare in modo marcato le mani sull’impugnatura, fare un gesto ampio con la mano sinistra nel raggiungere l’obi nel noto, ecc. Evitare Muda nello iaido significa evitare tutti quei gesti superflui che troppo spesso “sporcano” l’esecuzione dei nostri kata e realizzare il movimento nel modo più naturale e più essenziale possibile.
La seconda M è Muri traducibile con eccesso, sforzo. In termini produttivi Muri assume più significati. Secondo l’interpretazione più diffusa significa evitare di avere stock troppo grandi e organizzarsi comprando o producendo i materiali di volta in volta necessari per la produzione e gestendo il magazzino basandosi sul principio “just in Time”. Questo ovviamente in termini produttivi limita i costi e permette più adattabilità e flessibilità da parte dell’impresa. Gli eccessi possono essere legati agli stock ma anche a qualsiasi altro fattore produttivo: il lavoro, i capitali investiti in eccesso, spazio ecc. . Muri può essere interpretato anche come un sovraccarico durante un operazione, un eccesso, un ingorgo che crea stress. E’ spesso usato per definire condizioni di lavoro difficili che creano sprechi di energia e punti di fragilità nel sistema produttivo. Il Maestro Yamasaki ha spiegato questo principio per lo Iaido dicendo che bisogna evitare di mettere nel gesto che facciamo delle cose in più, delle cose che non servono. Bisogna fare le cose in modo semplice e naturale, cercando solo le cose che servono ed evitando movimenti forzati, difficili o innaturali. Il primo esempio che ha fatto il Maestro per farci capire il concetto è l’eccesso di forza. Esempio facile visto che gli occidentali spesso mettono troppa forza nell’usare una spada giapponese, troppa forza nella mano destra, troppa forza nelle spalle ecc. Bisogna invece togliere l’eccesso di forza inutile, applicare forza solo dove serve e nel modo corretto, naturale. Un altro esempio utilizzato dal Maestro è la velocità di esecuzione. Mettere velocità in tutto il kata è un eccesso. Bisogna mettere velocità nel momento in cui questo serve.
La terza emme è Mura traducibile in diversi modi. Il più comune è incompatibilità, discrepanza. E’ un concetto strettamente collegato a Muri e si manifesta con il fatto che spesso un sistema di produzione può essere limitato nel suo cambiamento dall’esistenza di scorte di produzione, che poiché hanno un costo che è già stato sostenuto dall’impresa debbono essere smaltite, oppure l’esistenza di investimenti consistenti fatti precedentemente. L’esistenza di questi fattori limitano il cambiamento e determinano minore flessibilità dell’impresa e tempi di adattamento al mercato più lunghi. In tempi di grande concorrenza e competizione, come gli attuali, la capacità di un rapido adattamento alle mutate condizioni di mercato può essere invece fondamentale. Un altro modo di tradurre Mura è variabilità, irregolarità, erraticità nei flussi di produzione. Una produzione dovrebbe fluire come un fiume, bisogna evitare che ci siano ostacoli. Un altro modo di intendere la terza M è legata al difficile concetto di inconsistenza del sistema di produzione nel senso di un sistema di produzione che non riesce a creare valore. Adattare questo termine allo iaido è sicuramente difficile, una prima interpretazione data dal Maestro, la più semplice, è cercare di evitare la variabilità che spesso si riscontra nella pratica di tutti noi, praticare con regolarità evitando rotture di ritmo. Bisogna ricercare nella pratica un movimento equilibrato, fluido evitando invece i movimenti meccanici o artificiali. L’assenza di fluidità nei movimenti porta inevitabilmente ad una rottura della continuità e naturalezza dell’azione. Per cercare di farci capire meglio il Maestro ha fatto l’esempio della spigolosità di un quadrato contrapposta alla perfezione di un cerchio. Il Maestro Yamasaki ha dato anche un’ interpretazione più complessa a Mura dicendo “togliere quello che blocca il nostro cuore”, togliere gli ostacoli al flusso naturale. Gli insegnamenti che abbiamo ricevuto negli anni spesso si possono stratificare dentro di noi, ci possono bloccare e possono impedirci di manifestare liberamente il nostro cuore. Ad un certo punto della pratica bisogna liberare la propria mente dalle “scorte” e tornare a manifestare quello che i giapponesi chiamano “una mente da principiante” , libera da formalismi, da stratificazioni mentali, da pensieri. Solo così, secondo quanto dice il Maestro si può finalmente realizzare uno iaido che abbia kimochi e produca kimochi in chi lo guarda: spazzando via la nostra mente razionale. Questo può dare consistenza al nostro Iaido.
Ho trovato l’approccio del Maestro Yamasaki decisamente interessante, tanto da indurmi a provare a trascriverlo per la rivista. Ora a tutti noi non rimane che provare ad applicarlo, tutti i giorni della nostra pratica, con molta pazienza. Mi piacerebbe che tutti noi riuscissimo a realizzare uno iaido pieno di kimoci.
Bibliografia
Esiste una numerosa bibliografia in merito ai sistemi di qualità totale giapponese. Per chi è interessato consiglio di visitare il sito www.nipponico.com . Selezionando i termini usati in questo articolo si possono trovare ampi riferimenti bibliografici.
Ringraziamenti
Ringrazio i traduttori di Sportilia Eiko Iwata e Roberto Ferrari che più volte, pazientemente hanno chiesto al Maestro di chiarire i concetti di Muri, Muda, Mura poiché non riuscivamo a comprenderli bene. Roberto Ferrari ha inoltre letto l’ articolo e aggiunto osservazioni che ho integrato nel testo.
| inviato da
sakura il 13/12/2011 alle 14:43 | |
13 dicembre 2011
Kishimoto Sensei
Tre giorni di Musoshinden con Kishimoto Sensei di Danielle Borra
A volte facendo gli stage in giro per il mondo capitano delle fortune incredibili, delle situazioni inaspettate da ricordare per molto tempo. La prima volta è stato nel 1991, ero un primo kyu di kendo e ho fatto uno stage in Savoia con il Maestro Narazaki, 9° dan Hanshi, personaggio storico del kendo giapponese. Eravamo in pochi e tutti i giorni, regolarmente mattino e pomeriggio, potevamo fare gigeiko con il Maestro, senza fare code e senza aspettare. Per me, con il mio grado, era quasi una possibilità sprecata, ma ricordo ancora il commento che fece allora Alain Deguitre : “se un giapponese sapesse di poter avere questa opportunità verrebbe subito qui direttamente dal Giappone per poter praticare così con questo Maestro”.
Quest’estate mi è successa una cosa analoga per lo Iaido. In Inghilterra c’era uno stage tenuto da una delegazione di 5 giapponesi. Il capo delegazione era il Maestro Kishimoto Chihiro, 8° dan Hanshi , oggi capo della commissione per lo Iaido della ZNKR. Un personaggio importante che avevo già avuto modo di conoscere in Italia durante un kangeiko CIK e che avevo già rivisto insieme al Maestro Yamazaki in un’altro stage estivo a cui avevo partecipato due anni fa. Girare per l’Europa con la scusa dello iaido mi piace, mi permette di fare un pò di turismo prima e dopo lo stage, di vedere posti nuovi. Il Maestro Kishimoto è bravo e avendo appena sostituito il maestro Ueno nella commissione ZNKR, influenzerà lo iaido dei prossimi anni. Quindi decido di partecipare. Prenoto e a tempo debito parto. Pochi giorni prima della partenza il mio amico Buxton mi scrive dandomi notizie degli iscritti: siamo 190 persone, 60 sono state rifiutate. Mhh! Non so cosa pensare, cosa aspettarmi: gli stage di questo tipo sono sempre un incognita può andare bene o decisamente male. Vedremo.
Lo stage inizia con tre giorni ZNKR iaido. Il Maestro Kishimoto spiega in dettaglio i kata e ci fa praticare per sei ore al giorno in gruppi divisi per grado. Ogni gruppo è seguito da un Maestro ma lui, instancabile, passa da un gruppo all’altro, guarda, si inserisce nella pratica e spiega i particolari che gli stanno a cuore. Lo stage prosegue bene, ci sono cose molto interessanti ma la situazione che ritengo veramente inaspettata arriva nei giorni successivi. Dopo tre giorni inizia lo stage di jodo ed in contemporanea lo stage di Koryu. Molti di quelli che sono qui fanno sia iaido che jodo e quindi il numero di persone che si dedicano allo iaido diminuisce, molti fanno Muso Jikiden e quindi il gruppo che lavorerà su Muso Shinden si riduce ad una trentina di persone. Comincia a prospettarsi una situazione interessante. Il Maestro Kishimoto ci fa fare subito la prima serie guardandoci attentamente e poi divide ancora: dal terzo dan in giù lavoreranno con il maestro Oshita (7° dan kyoshi allievo del Maestro Kishimoto) dal 4° in su con lui. Rimaniamo in 9 e per tre giorni pratichiamo Muso Shinden con Kishimoto Sensei che viene coadiuvato da Cook (7° dan ). Lo iaido delle 9 persone coinvolte in questa esperienza è stato guardato, analizzato, smontato pezzo a pezzo ed infine rimontato…. Ognuno di noi ovviamente ha delle cose diverse su cui lavorare e instancabilmente Kishimoto procede a cercare di farci capire cos’è la cosa veramente importante per ognuno di noi. Un momento di crescita impagabile, inaspettato, da ricordare per molto tempo.
Abbiamo lavorato tre giorni sulla prima serie, passando alla terza solo l’ultimo giorno. Sono molte le cose dette per spiegare la visione dello iaido secondo Kishimoto.
Una delle prime cose che ha detto riguarda, come sempre, il fatto che ci sono molte versioni di Muso Shinden ryu. Si sa Nakayama Hakudo ha insegnato Muso Shinden in modi diversi durante gli anni , a questo si sono aggiunte le interpretazioni dei vari allievi e quindi si possono vedere molte forme dello stesso kata. Kishimoto sensei ci ha detto, come tutti, che a seconda del maestro che si segue ci possono essere variazioni nel kata, poi facendo un sorriso sornione di quelli che avrei imparato ad apprezzare in questi tre giorni, ha aggiunto: “nessuno di voi è un mio allievo ma questo decisamente non è un problema. Quello che è veramente importante nello iaido e nel koryu in particolare è il contenuto del kata non la forma, il vostro kata è reale, è vero oppure no? Esiste l’avversario , state creando mentalmente una corretta situazione, siete pronti e consapevoli di quello che succede quando incominciate ad impugnare la spada, il vostro corpo sa creare il giusto movimento, il giusto Ma ? Detto questo le piccole variazioni di forma credete davvero che siano così importanti? Ovviamente sceglietevi un insegnante e seguitelo, ma poi lavorate il più possibile con tutti i Maestri, girate, guardate, imparate da tutti perché le cose importanti sono comuni a tutte le versioni”
E’ un approccio un pò diverso dal solito ma non posso che apprezzare molto.
Durante i giorni di pratica i concetti espressi all’inizio sono stati sviluppati e completati. È chiaro che Kishimoto sensei appartiene a quella scuola di pensiero che intende lo Iaido come Budo, che pensa che lo iaido sia un’espressione marziale il cui significato è estrarre e tagliare l’avversario senza esitazioni; dal momento in cui si estrae non c’è più possibilità di ritorno o si vince o si muore. Sappiamo tutti che non è l’unico modo possibile di interpretare lo iaido ed in Giappone esistono due correnti di pensiero diverse, ma lui su questo concetto insiste moltissimo. Già sottolineava questo fatto durante lo stage di ZNKR iaido, ma nell’esecuzione e nella pratica del koryu secondo lui questo aspetto diventa fondamentale.
La tecnica in quanto mera tecnica gli interessa poco. Un esempio su tutti Atarito, alla domanda su come ci si deve comportare quando si gira visto che ci si trova spostati leggermente a sinistra rispetto alla posizione di partenza, lui ha candidamente, con il solito sorriso, risposto che l’avversario lo decidiamo noi dov’è posizionato e a quel punto il nukitsuke è lì!! Se abbiamo tagliato lì di conseguenza tutto il nostro kata si dovrà sviluppare con l’avversario in quella posizione. Tutto il resto, le varie teorie su quanto gira il ginocchio , ecc. ecc. non sono fondamentali, il nostro avversario è lì e lì dobbiamo finire il nostro kata!!!
Altro esempio : quando facciamo Ryuto ci dice ridento “bel kata avete mosso bene l’aria! Ma non c’è significato”.
Insiste sempre sul concetto di Ma , non gli piace il nostro Ma , non è soddisfatto di come sviluppiamo il kata e continua a farci esercitare in modi diversi per farci capire.
Ci fa lavorare fino alla nausea su Shohatto, Inyoshintai, Gyakuto e Sakate (gyakute) Inyoshintai. Su questi kata insiste per farci capire cosa vuol dire Ma. Ma è un termine che viene usato in tutte le arti marziali e viene tradotto normalmente come distanza, in realtà l’interpretazione è, come sempre succede con i termini giapponesi, un po’ più complessa; è una distanza intesa in senso spazio-temporale. La giusta distanza fisica per poter tagliare l’avversario in modo corretto ma, contemporaneamente, il giusto tempo perché l’azione che stiamo facendo sia efficace. E’ importante anche questa seconda interpretazione perché altrimenti quello che facciamo è vuoto , non ha senso, è, come dice il Maestro Kishimoto, muovere più o meno bene l’aria. Nei kata di Inyoshintai e Sakate Inyoshintai la differenza di Ma fra quello che facciamo noi e quello che vuole lui, è particolarmente evidente. Per riuscire a farci capire ci fa passare un intero pomeriggio su Inhyoshintai, lavorando sul modo di portare avanti il corpo insieme alla spada, sul tempo da utilizzare per il taglio, sul modo di affrontare il secondo avversario, che non è meno pericoloso del primo ed è quindi meritevole di attenzione reale e non un’attenzione meccanica dettata dalla conoscenza della forma! Poi ancora tre ore su Sakate inyoshintai: in questo kata la parata e il modo di ricaricare la spada per tagliare rivestono un ruolo fondamentale. Se si vuole realmente eseguire una forma efficace, la parata deve avere la forza di fermare veramente la spada dell’avversario e ricaricare vuol dire continuare a proteggere la caviglia riuscendo a colpire prima che il nostro avversario abbia il tempo per una nuova azione!!!! Il Maestro si diverte a dimostrarci come il nostro modo di ricaricare permetta in realtà all’avversario di colpirci e quindi sia fondamentalmente inutile.
Il nostro Ma non lo soddisfa ancora, continua a dirci che non va bene e si mette davanti ad ognuno di noi e ci fa praticare con lui, a tu per tu, una, due dieci volte, al suo ritmo . E’ inarrestabile e generosissimo. Ci fa vedere le sue ginocchia, sono piene di cerotti antinfiammatori, alza la manica destra del suo keikogi, non capiamo quale sia stato il problema ma praticamente gli manca mezzo bicipite. Ci guarda, sembriamo un pò acciaccati dalle ore di iaido accumulate, e lui sorride dicendo “ se avete passione in quello che fate non c’è problema fisico o di altro genere che non sarete in grado di superare”. Lui di passione ne ha sicuramente ancora tantissima. L’ultimo giorno finalmente annuisce a qualcuno di noi, dicendo “non va ancora bene ma è migliorato” (Sigh!)
Ki seme, Ma e zanshin questo è quello che ha cercato di trasmetterci il Maestro.
Ki seme è un altro concetto difficile per noi , già solo capirne il significato è un problema, figuriamoci farlo e dimostrarlo: un seme fatto dal proprio ki , che non è la faccia brutta o l’espressione arcigna, ma i muscoli del corpo pronti all’azione e reazione, le vene delle mani gonfie per la tensione, i muscoli delle gambe pronti a scattare, il cervello in uno stato di allarme e attenzione altissimo, il proprio cuore totalmente impegnato nell’azione. E’ essere un'unica cosa con l’avversario e con il suo pensiero, spirito!! E già difficile solo scriverlo!!!
Zanshin, il giusto zanshin!! Non quello meccanico, finto, predeterminato, studiato che spesso facciamo, ma uno zanshin reale, un controllo totale della situazione che stiamo immaginando, dell’avversario che siamo riusciti a visualizzare davanti a noi!!! Zanshin dall’inizio alla fine, che comincia prima di estrarre la spada e continua ancora dal momento in cui crediamo di aver vinto lo scontro fino al momento in cui lo scontro si è realmente concluso.
Ecco quello che il Maestro ha cercato di trasmetterci mettendo tutto se stesso e anche di più nelle lezioni quotidiane!!
In sintesi rendere reali le forme che tutti conosciamo, ma che spesso recitiamo perché non sappiamo veramente viverle. Guardando un kata realizzato dal Maestro si vede chiaramente che l’avversario è davanti a lui, che riesce a realizzare sempre quello che insegna.
Insomma un grande Maestro ed un’esperienza indimenticabile.
Danielle Borra
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sakura il 13/12/2011 alle 14:34 | |
13 dicembre 2011
la paura 3
Praticare con la paura
Un noto autore italiano ha scritto in un suo recente libro le seguenti parole: “Prima ero una persona spaventata. Avevo paura perché non vedevo. Ero come un bambino che passeggiava in una stanza buia. Adesso tutto era più chiaro: c’era luce, c’era amore. Ho imparato che il contrario dell’amore non è l’odio. L’odio è l’assenza dell’amore, così come il buio è l’assenza di luce. L’opposto dell’amore è la paura. Per la prima volta nella mia vita non avevo paura o, meglio, avevo imparato a fare in modo che la paura non mi dominasse. Dal momento che avevo riconosciuto le mie angosce, esse avevano iniziato a perdere il loro potere su di me. Prima mi sembrava di poter fare solo poche cose nella mia vita. Adesso le possibilità mi sembravano infinite. La mia vita era sconfinata. La mia famiglia non erano più solamente i miei parenti, ma ogni essere umano che incontravo…..” .
La paura è un’emozione comune che pervade molti momenti della nostra vita, anche se non sempre ne siamo consapevoli, anzi la paura è spesso una delle aree più sfuggenti della nostra vita e della nostra pratica. L’elenco delle nostre paure può essere molto lungo, dalle paure fondamentali, la malattia, la morte, il dolore, l’abbandono, la perdita delle persone care, la sicurezza materiale……, alle paure più stupide: paura di essere criticati, paura di parlare in pubblico …….
C’è un’ elenco infinito di paure strettamente legato a come si è sviluppata la personalità. La paura ci spinge a sviluppare strategie per difenderci a priori, ci spinge a limitarci, a rinchiuderci in un bozzolo protettivo. Il bozzolo ci difende dalle nostre paure ma limita la nostra esistenza. La paura quindi trasforma la nostra vita in un terribile surrogato di vita.
Ovviamente si possono fare facili distinzioni. Esiste una paura “intelligente” , la paura che ci fa reagire agli eventi pericolosi della nostra vita. Krishnamurti nelle sue conferenze riportava sempre l’esempio della nostra reazione istintiva se vediamo un serpente/una vipera davanti a noi sulla strada. La paura ci fa fare un balzo indietro istintivamente. Questa è la paura intelligente. Poi c’è la paura di un avvenimento ipotetico, che potrebbe verificarsi nel tempo, di una situazione che ancora non è presente nel momento che sto vivendo ma che, forse, potrebbe manifestarsi. Insomma la paura di quello che sostanzialmente è una mia proiezione. Questa è la paura con cui bisogna praticare.
Ma che cos’è veramente la paura?
La paura è come un insegna luminosa che noi esponiamo, una pubblicità lucente e accattivante grande quanto è grande la nostra paura, brillante quanto è brillante la nostra paura. Facciamo un esempio: ho paura che entrino in casa dei ladri e mi derubino. Ci penso tutti i giorni, quando esco di casa controllo tutto, esco poi ritorno perché mi è venuto un dubbio su una finestra aperta e allora i ladri… La mia insegna luminosa “venite e rubate a casa mia” cresce ogni giorno ed un giorno qualcuno la vedrà e verrà a casa a rubare. Si può applicare l’esempio a tutte le cose della vita. Se la mia mente è impegnata nella paura della malattia ci sono buone probabilità che alla fine la mia paura si realizzi. Se ho paura che la/il mia/o compagna/o mi tradiscano e comincio a controllarlo ad assillarlo prima o poi mi tradirà, anzi sarò stato io a spingerlo a farlo rovinandogli tutti i giorni vissuti insieme con la mia paura. Così come la mia paura dei ladri rovina ogni giorno la mia gioia di uscire. Siamo responsabili delle cose che si manifestano nella nostra vita poiché siamo responsabili dei nostri pensieri.
Cosa devo fare con la mia paura? Negarla, fare finta che non ci sia, accantonarla, affrontarla di petto facendo esattamente tutte le cose di cui ho paura e anche di più? Nessuno di questi approcci ha ovviamente senso per lo Zen. Anzi fare finta di non aver paura o negare a se stessi di aver paura è considerato uno dei peggiori giochi della mente umana, un modo per allontanarsi dalla “verità”. Se provo invece a combattere la mia paura succede che sostituisco un sé condizionato con un altro sé altrettanto condizionato, lavoro con il contenuto della paura non con le radici della paura. All’inizio questo approccio sembra molto produttivo ma con il tempo ci si accorge che se si lavora con il contenuto della paura cercando di sbarazzarcene il contenuto diventa stranamente infinito, si lavora ad un contenuto dopo l’altro senza mai fine.
Ovvio non devo neppure rassegnarmi alla mia paura.
Un primo approccio è rendersi conto dell’esistenza della paura, vederla, vedere bene come condiziona i miei comportamenti. Ipotizziamo di aver ammesso a noi stessi che abbiamo paura dei ladri. Questo è il primo passaggio vedere la paura e decidere di affrontarla. Sembra un passaggio ridicolo ma è fondamentale. Quando si parla con le persone “giovani” in termini di studio dello zen capita spesso di sentire dire: “questo problema non mi riguarda io non ho paura di nulla” oppure” non è che io abbia paura è che oggettivamente in quella zona ci sono molti furti ed è ovvio preoccuparsi” ecc. Insomma chi ha che fare con l’insegnamento zen si trova spesso di fronte alla necessità di far acquisire coscienza alle persone delle proprie paure.
Facciamo un test. Adesso che leggete queste righe rispondete di getto alla seguente domanda : “quante volte al giorno giudico gli altri, quanti pensieri di giudizio ho al giorno?” . Per i neofiti la risposta è nessuno o pochi, sono una persona buona, magari religiosa…… Per chi ha già studiato un po’ la risposta cambia radicalmente. Tutti i pensieri quotidiani sono pensieri di giudizio al di fuori dei pochi momenti di “contatto con l’universo” che riusciamo a sviluppare . Ci torneremo. Per ora la cosa interessante è l’analogia con i pensieri di paura. La nostra mente è piena di pensieri di paura grandi o lievi. Quindi il primo passo importante è essere consapevoli della nostra paura sempre ogni volta che si manifesta, in qualsiasi forma si manifesti: ansia, rabbia, tensione, attacco….
Quando succede, quando vediamo chiaramente la nostra paura dobbiamo gioire. E’ un passo importante, un bel segnale di progresso.
Poi cosa dobbiamo fare della nostra paura? Il secondo passo consiste nel tenerla lì e convivere consapevolmente con la nostra paura per un pò. Può non essere piacevole ma non dobbiamo ribellarci, non disprezziamoci, non colpevolizziamoci. Teniamo li la nostra paura e osserviamo come ci condiziona. Esaminiamo la nostra paura come farebbe uno scienziato, con curiosità cercando di scoprire che cos’è. Chiediamoci “che cos’è questo?” e osserviamo i pensieri e le sensazioni corporee del momento che viviamo. Tornando al nostro esempio sui ladri ogni volta che usciamo di casa facciamo i soliti gesti di controllo e osserviamo l’ansia, la paura dentro di noi, osserviamo i segnali del nostro corpo e della nostra mente. Non la neghiamo, c’è. Limitiamoci a guardarla e ad esaminarla, ricordiamoci solo di fare questo.
Ci accorgeremo ad un certo punto che il problema più grosso spesso sta nella resistenza che mettiamo nei confronti dei pensieri e delle reazioni fisiche, quello che ci fa stare male non è tanto la paura ma il desiderio di evitarla, l’attaccamento negativo che proviamo nei suoi confronti, abbiamo paura della paura. Quando siamo disposti a lasciar entrare la paura e a rapportarci con essa ad un certo punto la paura si dissolve, la vediamo come un’illusione, una cosa inutile. Ad un certo punto l’inutilità della paura prevarrà e non avremo più paura semplicemente. Avremo trasformato la paura. Attenzione però trasformare la paura non significa non avere più reazioni di spavento, significa non identificarci più con tali reazioni, non credere che corrispondano al nostro essere e quindi intravedere un più ampio senso dell’ Essere.
Insomma avremo spento l’insegna luminosa. Conseguenze? Un sacco di risparmio energetico.
Questo è il distacco zen, andare oltre la propria paura con consapevolezza e lasciarsela dietro. Cosa resta? Semplicemente la vita. Ah! Che vita magnifica una vita libera da ogni paura! Una vita semplice semplice senza paura.
L’applicazione alle arti marziali in questo caso è fin troppo facile ed evidente. Basta leggere i molti libri di T. Deshimaru per trovare riferimenti a questo argomento. Deshimaru spiega chiaramente che spesso la paura è legata al troppo egoismo, al pensare troppo a se stessi, se invece si abbandona il proprio ego la paura scompare. La paura nasce anche dall’andare sempre “contro”. In un combattimento è importante avere la stessa coscienza dell’avversario, non andare “contro” ma “con”, “insieme”. Bisogna diventare la situazione o l’avversario non differenziarsi da essa/o.
In tutto il Budo è presente il concetto di sutemi , abbandonare il proprio corpo, lasciar cadere il proprio ego in modo da armonizzarsi con lo spirito cosmico. In qualunque situazione non bisogna avere paura ma concentrarsi sul “qui e ora”. In questo modo il corpo si muove in modo naturale e spontaneo, producendo il “giusto movimento”, la “giusta azione”. Se interviene il nostro ego, la nostra paura, l’azione diventa lenta e perde efficacia.
E’ evidente che quando si praticano arti marziali seguendo l’educazione tradizionale (lo specifico perché le degenerazioni e gli scollegamenti dalla tradizione sono ormai diffusissimi) , si lavora su una progressiva distruzione dell’egoismo e della paura, si abbandona lo spirito dualista della separazione, la coscienza e l’azione si fondono in un’unità, e si sviluppa mushin, il nulla, il vuoto. Chiaramente all’inizio è necessario fare ricorso alla propria coscienza personale, al proprio ego per imparare le tecniche, ma con l’esercizio continuo e dopo molto tempo si sviluppa mushin, le tecniche sono vive, spontanee, naturali, si è andati al di là delle tecniche. Le arti marziali aiutano a raggiungere questo stato di coscienza e a trovare la propria libertà. Questo è quello che può accadere in ogni aspetto della vita quotidiana. Questo è Zen .
“ non si deve pensare
al prima e al dopo,
all’avanti, all’indietro,
ma solo alla libertà
Del punto di mezzo”
“Mostrami il tuo volto originale, quello che avevi prima che tuo padre e tua madre ti generassero” koan zen
“la libertà di dirigere la propria attenzione e la propria mente a volontà rende possibile manifestare completamente le proprie capacità, sviluppare uno spirito più generoso e agire liberamente e creativamente.” T. Hirai , Meditazione zen come terapia , ed. red
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sakura il 13/12/2011 alle 14:33 | |
13 dicembre 2011
LA BARRIERA DEL 4°
La barriera del 4° dan Iaido di Peter West
In quest’ultimo anno ho spesso sentito dei commenti rispetto alla crescente difficoltà di ottenere il 4° dan e ho osservato che il numero di persone che provano ma falliscono quest’esame è aumentato.
In quanto responsabile di un dojo ho insegnato a delle persone che sono 4° dan e ad altri che sono 3° dan ma che daranno presto il 4°, ho fatto parte di commissioni d’esame e arbitrato gare relative a questo grado.
Quanto segue sono delle mie osservazioni ed opinioni personali . Non riflettono in alcun modo una politica, delle decisioni o altre regole della BKA, né della ZNKR, se per ipotesi ce ne fossero.
L’opinione più diffusa è che il 4° dan è diventato più difficile. Questo sembra essere vero, poiché la “norma” è applicata più strettamente dalle commissioni, secondo la mia esperienza.
Anni fa il tempo previsto dal regolamento EKF comportava un anno in meno del tempo previsto dalla ZNKR per i gradi sotto il 2° dan. Non è più così ormai da un po’ di anni. Ma questo dovrebbe significare che oggi gli aspiranti 4° dan hanno un minimo di 2 anni di formazione in più prima di affrontare l’esame e dovrebbero essere quindi meglio preparati e con più esperienza. Malgrado ciò è evidente a tutti che la percentuale di successi è crollata.
Quando si affronta un esame di questo livello è impossibile vedere la “quanto ci viene richiesto” con una prospettiva seria ed obiettiva. A questo stadio il grado è semplicemente un ostacolo da superare. Solamente più avanti, con una maggiore conoscenza ed esperienza, possiamo vedere esattamente ciò che è necessario. Per questo motivo non so dire se il 4° dan è più difficile oggi rispetto a quando l’ho ottenuto nel 1986. Ma sono sicuro che le esigenze sono poco cambiate nel corso degli ultimi 10 anni.
La seconda osservazione riguarda l’idea, molto diffusa, che quando la ZNKR ha soppresso i 9° e 10° dan lo spazio fra i gradi è divenuto maggiore, Non penso che questo sia il caso. Non vedo nessuna prova che l’8° dan sia considerevolmente più difficile, e trovo anche difficile immaginare come potrebbe esserlo. I passaggi di 9° e 10 ° dan non erano uguali agli altri, vale a dire che non sono mai stati attribuiti tramite un esame di valore tecnico realizzato nelle condizioni classiche d’esame. L’8° dan è sempre stato il più alto esame tecnico di quel genere, suggerire che è diventato più difficile e che dei gradi da 4°dan e al di sotto del 4° sono un po’ “stirati” per riempire lo spazio lasciato sembra curioso.
Detto chiaramente vorrei suggerire che queste affermazioni e altre che fanno parte del folklore iaido non sono altro che scuse trovate dai praticanti e dai dirigenti di dojo per giustificare il numero crescente di persone che non superano l’ostacolo.
Visto che le nostre arti sono diventate più popolari il numero di praticanti aumenta e sempre più persone si “arrampicano” sulla scala della graduatoria, diventa inevitabile che ce ne siano sempre di più che non arrivano a soddisfare le norme richieste per un 4°dan, e un 4° dan è ( ed è sempre stato) un traguardo difficile per delle ragioni precise, che esaminerò più tardi.
Il problema è reso più difficile dal numero crescente di dojo diretti da 4° e 5° dan, con tutto il rispetto a loro dovuto, è difficile insegnare ad un allievo vicino alle proprie capacità. Un insegnante 4° dan troverà molto difficile aiutare uno studente 3° dan e mancherà dell’ esperienza necessaria per decidere come aiutarlo a superare gli ostacoli ai suoi progressi. Questo, dopo tutto, si riflette sul fatto che un commissario d’esame deve avere almeno 2 dan al di sopra del grado che giudica, solo con questa esperienza supplementare gli è possibile vedere i problemi e le difficoltà in prospettiva e diventa capace di identificare la migliore maniera di giudicare.
E’ evidente che i candidati che si sono allenati regolarmente in équipe e che hanno partecipato a competizioni nazionali o internazionali passano in maniera più facile di altri. Suggerisco che questo ha più a che vedere con la qualità dell’insegnamento elargito durante queste esperienze che con il valore della competizione in sé stessa, anche se, indubbiamente, mettersi sotto pressione in questo modo ha un grande valore. D’altra parte, per molti dei candidati potenziali 4° dan, questo tipo di formazione potrebbe essere la sola occasione di formarsi regolarmente, di osservare gli altri praticanti dello stesso livello e di essere aiutati regolarmente dagli insegnanti più esperti della BKA.
Sono stato commissario d’esame per i 4° dan molte volte e sovente ho avuto l’esperienza di candidati che sono dei bravi 3° dan ma che non sono 4°, e non possono diventarlo se continuano il loro allenamento nello stesso modo.
Dunque che cosa fa si che, per me, un candidato sia suscettibile di essere un 4° dan piuttosto che restare un buon 3° dan?
A mio avviso gli esaminandi per passare un 4° dan devono dimostrare TUTTE le condizioni seguenti:
• Non ci dovrebbe essere nessun errore tecnico nell’esecuzione Seitei. (per errori tecnici intendo dire il non rispetto dei dettagli che descrivono le corrette azioni di Reiho e dei kata così come fissato dalla ZNKR. La documentazione relativa è facilmente disponibile.)
• Non dovrebbe esserci nessun errore nel Reiho
• Il primo taglio del kata deve prima di tutto essere forte, eseguito nel momento opportuno e decisivo. (Nel 1995 Sagawa Sensei ha sottolineato che il primo taglio è il più importante. Se questo fallisce allora tutto quello che segue è privo di senso. In una competizione, il sensei ha detto che, se due prestazioni sono talmente simili che risulta impossibile giudicare, l’efficacia del primo taglio dovrebbe essere il punto di decisione.)
• Shisei dovrebbe essere forte, mirato e ben equilibrato (SHISEI non significa solo avere una buona postura fisica ma essere nel corretto spirito)
• Kigurai deve essere dimostrato a partire dal primo istante in cui ci si avvicina al shinza jo e fino a quando si ritorna vicino all’uscita.
• L’esecuzione deve dimostrare Jo ha kyu in tutte le azioni, kan kyu durante i kata, Ma e maai dovrebbero essere coerenti con il metsuke e a come vi spostate fra i colpi in funzione del ritmo adottato.
• L’esecuzione dovrebbe dimostrare Aji, fukaku.
• Non dovrebbe poter esserci suki fatto da un'altra persona se non di grado almeno equivalente.
• Si tratta del primo grado in cui l’efficacia deve manifestarsi in modo costante e reale, tale che funzionerebbe in un combattimento reale. (Il candidato non deve guardare come se cercasse di ricordarsi correttamente una sequenza di movimenti, ma compiere naturalmente e in maniera realistica dei tagli e degli affondi efficaci per far fronte alla situazione di Riai del kata, rimanendo nel contempo controllato senza mostrarsi troppo aggressivo o affrettato, o come se fosse stato sorpreso).
Non è una cosa da poco, ma è veramente chiedere troppo dopo una formazione di 7 anni come minimo? Non credo.
E, come ho già detto, è solo il mio parere. Altri commissari possono avere dei criteri diversi. Detto questo credo che tutti quelli che hanno fatto parte di commissioni d’esame nel Regno Unito abbiano esigenze simili, anche se conosco delle persone che sono riuscite quando pensavo che non dovessero e viceversa. Per questa ragione, al fine di eliminare le differenze inevitabili del giudizio specifico di esaminatori diversi, il numero dei commissari aumenta nei gradi superiori.
Potete quindi ragionevolmente chiedervi che cosa fare se siete uno degli sfortunati che hanno fallito il 4° dan più di una volta.
• Naturalmente più allenamento è sicuramente necessario, ma se quello che fate è sbagliato non vi farà alcun bene. Dovete trovare che cosa non va nel modo in cui vi allenate.
• Dopo aver insegnato a Watchet l’anno scorso, è diventato fin troppo evidente che molte persone che non praticano kendo , ma solamente iaido, o iaido e jodo, non fanno abbastanza suburi. Suburi migliora non solamente l’efficacia del taglio (riducendo il bisogno di forza e migliorando la velocità, rendendo i movimenti più incisivi e meno rigidi) ma migliora Shisei, respirazione, seme, kigurai e molti altri aspetti.
• Chiedete l’aiuto di altri insegnanti. Questo non è un insulto al vostro insegnante la cui autorizzazione o raccomandazione andrebbe cercata. Non voglio affatto dire che dovete rinunciare al vostro insegnante. Chiedere un aiuto è per altro utile ad entrambi. Questo può essere fatto a dei seminari BKA per esempio, o durante gli stage per l’équipe. Un’ altro insegnante potrebbe spiegare la stessa cosa in maniera diversa o porre l’accento su altre cose affinchè comprendiate meglio quello che avete già visto. Questo in particolare se potete accedere ad un Renshi o a un Kyoshi di tanto in tanto. Guardate al di là del limite del vostro proprio dojo e approfondite la vostra comprensione, questa è la fase “ha” di “shu-ha-ri”. Chiunque ambisca seriamente al 4° dan dovrebbe ricercare il sapere e la comprensione attraverso tutte le fonti e cominciare ad assimilare diversi metodi.
• Abbiate fiducia in quanto vi hanno insegnato e nella vostra formazione. Praticate senza pensare alla correttezza dei vostri movimenti, ma cercate di immaginare l’avversario e di far fronte alla situazione utilizzando quanto previsto dal kata. Utilizzate una video camera e analizzate la vostra pratica ogni volta che è possibile dopo la sessione d’allenamento, affinché possiate ricordare cosa è successo, come vi sentite e quello che vedete in relazione all’esecuzione. Ovviamente non dovreste fare degli errori tecnici. Intendo dire che la vostra formazione dovrebbe ora permettervi di effettuare un kata correttamente, senza focalizzarsi sui diversi passaggi e spostamenti. Questo permetterà ai vostri movimenti una fluidità naturale secondo la vostra interpretazione personale di Mai e svilupperà fukaku.
• Allenatevi nel passaggio d’esame il più sovente possibile. Mantenete per tutto il tempo un’attitudine positiva. Abbiamo tutti degli ostacoli al nostro progresso e sono spesso legati ad una percezione erronea dei nostri movimenti, o a un pensiero sbagliato, piuttosto che ad un cattivo insegnamento o a un limite nelle capacità tecniche. Quando questa barriera deve essere superata, ed è diversa in ogni persona, può sembrare frustrante o insormontabile. La maggior parte delle persone incontra questa barriera nei tre anni successivi al 3° dan. Guardate più profondamente, allenatevi duramente, cercate sempre più lontano per trovare le vostre risposte. Esse sono là per essere trovate.
Good luck
| inviato da
sakura il 13/12/2011 alle 11:53 | |
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